Il Curriculum Vitae

Scrivere un Curriculum Vitae (CV). vuol dire in pratica fare due cose:

  1. scrivere “l’etichetta del vostro prodotto”, in quanto giovane diplomato/laureato, indicando ciò che lo contraddistingue, il contenuto, gli “ingredienti” insomma. Questa parte è il CV vero e proprio;
  2. mettere a punto il “messaggio promozionale”, cioè la lettera di accompagnamento, che deve catturare l’attenzione del vostro interlocutore, invogliarlo a leggere con interesse il CV e a saperne di più su di voi. Questa parte è assimilabile a un rapido spot su voi stessi, o se preferite, ad un colloquio simulato in pochi attimi, poiché la permanenza media di un CV nelle mani di un selezionatore è di 20-30 secondi.

Dopodiché il suo (e vostro) destino è segnato, e con brutale ma inevitabile rozzezza il pezzo di carta seguirà una di queste due strade:

  1. verrà inserito nella leggerissima cartellina intestata “da convocare”;
  2. verrà impilato nel ben più ampio file “archivio” (oppure verrà, con elegante “palombella”, proiettato nell’ingombrante scatolone con su scritto “no”).

Ho accoppiato l’archiviazione e la bocciatura perché, purtroppo, quasi sempre il risultato è il medesimo: infatti, se lo scatolone è il cimitero dei c.v., l’archivio è un sistema di ibernazione che viene usato, principalmente, per inserirvi nuova carta al posto di altra che viene trasferita nello scatolone.

L’archivio è un palliativo per le coscienze dei selezionatori, che non se la sentono di uccidere subito un CV senza alcuna macchia salvo quella di essere, al momento, del tutto inutile per l’azienda: ma i ripescaggi da archivio sono rarissimi, avvengono solo in periodi di grande domanda di assunzioni, e riguardano soprattutto professionalità marginali o rare (ad esempio il possesso di lingue inusuali, la residenza in zone particolari, specializzazioni difficili a reperirsi). Per questo è tutt’altro che sbagliato ripetere le spedizioni del CV a qualche mese dal primo infruttuoso tentativo.

Alla diversa collocazione, corrispondono diverse risposte al mittente: una telefonata od un telegramma di convocazione nel primo caso, e una lettera molto cortese nel caso di archiviazione, in cui si specifica che il profilo è proprio quello che fa per l’azienda ma – sfortuna! – in questo momento proprio non ci sono possibilità, e però sarà tenuto presente per le successive selezioni (non è una pietosa bugia, ma molto spesso è una pura illusione). Infine, ai CV non interessanti molte aziende non rispondono neppure (mandare duecento lettere di risposta al giorno costa, compreso il personale addetto, oltre cento milioni all’anno), altre rispondono con una lettera solo un poco meno cortese della precedente.

Ma veniamo dunque ai requisiti del CV vincente, tenendo sempre presente che le aziende non cercano dei “Rambo” che, a ventiquattro anni, abbiano fatto di tutto e di più, ma cercano, semplicemente, “l’eccellenza nella normalità”.

La forma del Curriculum Vitae è sostanza

Abbiamo detto che il CV è uno spot da 20 secondi. Guai dunque, indipendentemente dal contenuto del messaggio, se la sua qualità formale lascia a desiderare: il contenuto stesso ne sarà pregiudicato, esattamente come succede in pubblicità. Il CV deve dunque essere funzionale ad una lettura veloce: chiaro, snello e piacevole.

La forma inizia dalla carta e, ancora prima della scrittura, dalla impaginazione: usate una carta bianca e pulita, che faccia un buon contrasto con l’inchiostro, ed una impaginazione ordinata ed ariosa, che consenta una lettura rapida ed efficace. Ricordate che, a parità di requisiti, è sui particolari che si gioca il successo: un curriculum pesante, con i margini piccoli, le righe avvicinate, i caratteri sbiaditi non invoglia alla lettura e non consente di coglierne i punti forti.

Il CV deve badare all’essenziale

Non immaginate un selezionatore, la nostra Margherita Pizza, che, sorseggiando un tè con tutta calma, scruta attenta il vostro CV come se dovesse farci un tema sopra: “ah, si chiama Luciano, che bel nome…vedo che ha studiato prima a Roma e poi a Torino, facendo anche il militare a Bologna – hmm, interessante questa pluriregionalità, davvero. Tre estati a Southampton, e numerosi altri viaggi all’estero: sarà andato da solo, con la famiglia o con gli amici, certo sarebbe illuminante saperlo….uh, guarda, è appassionato di scacchi, come lo zio Clodoveo, e fa anche del volontariato: una persona perbene, certo..“.

Niente di tutto ciò. Questi particolari saranno, magari, discussi nel colloquio: ma prima Margherita guarderà con cattiveria i cinquanta CV da analizzare (i più scarsi saranno già stati scremati dalla sua segretaria), li afferrerà intenzionata a “farli fuori” prima della riunione delle dieci, e darà loro una scorsa veloce, per acquisire alcune informazioni specifiche, e farsi un’idea generale, cercando sopratutto di individuare i punti deboli su cui sfoltire il mazzo. “Non sa le lingue, via – laureato a 26 anni con 92, via – guarda che casino di foglio con tutti questi errori, via – dice che vuol fare pubbliche relazioni, e non ha mai messo il naso fuori di casa, via – che stile scipito, che aria di mediocrità, nessuna attività extracurriculare, via – che grafia allucinante, mmm però ha un buon voto, ma!.. non ha neanche messo l’indirizzo, via – questa ha fatto la tesi su un argomento che ci interessa, e pure uno stage.. ahia!, il voto di laurea è così così, come pure quello di maturità… però guarda come è scritto bene ’sto CV, si vede che è gia stata in azienda, e poi sa bene l’inglese… beh, teniamolo da parte.

Così lavora Margherita Pizza, e gli altri selezionatori. Noi non sappiamo, a priori, quali saranno i particolari che potranno attrarli (e che variano da ricerca a ricerca): dobbiamo limitarci a evidenziare i nostri punti di forza, e sopratutto a creare una positiva impressione generale, che dipenderà tanto dal contenuto quanto dalla forma.

Ed ecco il “decalogo” del CV efficace nella forma:

  1. Il CV è composto da due parti: una lettera d’accompagnamento ed il CV vero e proprio. La prima, se abbiamo una bella grafia, può anche essere scritta a mano (ma è sempre meno frequente, anche se qualche azienda lo preferisce per effettuare esami grafologici); il secondo deve essere rigorosamente scritto a macchina o -molto, molto meglio- con un personal computer. Arioso
  2. Usate frasi brevi, mai più di tre righe, e ricordate di spaziare i paragrafi. Corretto
  3. Non ci devono essere errori ortografici. Pare banale dirlo, ma in realtà sono molto frequenti, certo più per distrazione che per ignoranza (il che, se vogliamo, è un’aggravante). È facile trovare errori soprattutto nelle parole straniere, che spesso si usano con una vena masochista: se non siete sicuri, lasciate perdere. L’unico modo di evitare errori è di rileggere il CV più volte, e farlo anche rileggere ad altri. Vivace
  4. È importante vivacizzare il testo con le soluzioni grafiche disponibili (in particolare su p.c.): neretti, sottolineature, italics ecc. In questo modo riuscirete ad evidenziare le informazioni importanti, avrete un prodotto più scorrevole, e dimostrerete che vi sentite a casa vostra nel mondo dell’office automation, il che non è poco. Breve
  5. La lettera d’accompagnamento deve essere breve: mezza pagina va bene, se no diventa un mattone e rischia di essere letta a metà. Il CV, per chi non ha serie esperienze di lavoro deve stare in una pagina, e comunque mai deve superare le due. Regolare
  6. Evitate di cercare di essere spiritosi o troppo originali, o di strafare nei toni: a meno che non abbiate a che fare con datori di lavoro poco convenzionali, l’uso di carte colorate, fumetti, “colpi di teatro”, vi farà catalogare come un simpatico mattacchione, ma non come un potenziale collega.
  7. (Se però avete un curriculum davvero buono, l’uso ad esempio di carta colorata farà si che venga senz’altro trovato: poi però bisogna che il contenuto sia davvero interessante, e non solo il colore!) Leggero
  8. Non allegate cose inutili, tipo fotocopie del libretto o copie di diplomi di qualsiasi tipo: denota insicurezza o prolissità, e “allunga il brodo”. Solamente se avete fatto ricerche su temi di interesse per l’azienda, e di queste esista una breve sintesi, può essere utile allegarle. Non occorre, anzi può essere controproducente, inviare una fotografia, anche se siete bellini. Diretto
  9. Evitate anche di usare la terza persona parlando di voi stessi (“si laurea a pieni voti nel 1993.”): di dissociati in azienda ce n’è già abbastanza. Non usate carte baroccamente intestate, mettete prima il nome e poi il cognome, e non usate toni troppo sussiegosi e deferenti, altrimenti passerete per degli inguaribili provinciali. Cortese
  10. Non fate però neanche gli arroganti (“Resto in attesa di una vostra, possibilmente rapida, convocazione.”, “Solo con un colloquio vi renderete conto delle mie effettive capacità.”, “Vi ho già contattato un mese fa, e sono stupito di non avere avuto risposta.” ) perché la supponenza è sempre fastidiosa. Siate cordiali, formali quanto basta e non burocratici nel tono. Misurato

 

Alcuni usano una forma “pomposa” di CV, costituita da una cartellina personalizzata che (ad imitazione dei Servizi Segreti o, forse, nelle intenzioni, delle società di ricerca del personale) riporta tutte le informazioni utili sulla persona in oggetto. Ciò che distingue di solito questi CV è la voluminosità e la rigidità del contenitore, e la prosopopea e inutilità del contenuto. Questo strumento può essere giustificabile (e in effetti ottiene il risultato di essere letto con , di solito calante, attenzione) solo se si hanno esperienze effettivamente articolate e complesse: esperienze e studi all’estero, lavoro di ricerca presso istituzioni serie, attestati di professionalità particolari, ecc…

IL CURRICULUM VITAE VERO E PRORPRIO

Ovviamente la lettera di accompagnamento deve essere personalizzata, per essere efficace, quasi azienda per azienda (solo ad aziende simili per settore e caratteristiche si può mandare lo stesso testo); ma anche il CV può avere versioni multiple, perché anche per esso l’importante è che metta in evidenza i vostri punti forti. E i punti forti certamente saranno diversi per, poniamo, un laureato in chimica che sia motivato tanto per una esperienza di produzione che di vendita, e che scriva ad una azienda petrolifera per il primo tipo di carriera, e ad una di largo consumo per il secondo.
In generale , comunque, il CV è composto di quattro parti:

  1. DATI PERSONALI
    Nome, cognome, indirizzo, data e luogo di nascita, stato civile. Altre informazioni sono superflue. È importante dare un recapito telefonico affidabile: se non c’è nessuno in casa nelle ore diurne, e non si ha segreteria telefonica, è opportuno fornire una base d’appoggio (non sempre alla telefonata a vuoto segue un telegramma di convocazione).
  2. ISTRUZIONE
    Partendo dall’esperienza più recente (master o laurea), fino al diploma superiore. Il voto di laurea va sempre indicato, mentre quello di maturità è opportuno indicarlo solo se molto positivo. Occorre indicare l’anno di conseguimento della laurea, e l’ università, oltre alla facoltà, frequentata. Se si scrive per un tipo di lavoro in particolare, è opportuno evidenziare se si è seguito un indirizzo di studi specifico e, a maggior ragione, una tesi di laurea ad hoc; l’argomento della tesi è opportuno indicarlo comunque. In questo settore andranno inseriti tutti i corsi extrauniversitari seguiti, nonché la conoscenza delle lingue, specificando chiaramente il livello, e l’utilizzo di supporti informatici.
  3. ESPERIENZE EXTRASCOLASTICHE
    Qui occorre essere, ad un tempo, sinceri e sbruffoni. L’avere un buon “dossier” extrascolastico è importante, perché toglie quella sensazione da “ha ancora il latte sulle labbra” che molti selezionatori avvertono al cospetto dei neolaureati più sedentari e magari secchioni.
    Difficilmente, però, un neolaureato può vantare esperienze realmente significative, che cioè gli abbiano trasmesso delle competenze vere e proprie. È importante allora segnalare quelle esperienze che denotano o delle attitudini importanti per l’azienda, a garanzia che si sta facendo un buon acquisto nel medio periodo, o una infarinatura di “vita vissuta” e di capacità che fanno pensare che l’ambientamento e la professionalizzazione del neoassunto saranno più rapide che in altri casi.
    Tra le attitudini, sono tipiche la capacità di lavorare in gruppo, la leadership, o le capacità organizzative che si acquisiscono con attività sportive o con ruoli di responsabilità in associazioni. Ancora, la capacità di essere autonomi, curiosi e di ambientarsi, sviluppate con esperienze (lunghe od originali) all’estero o comunque fuori casa. Anche la creatività può uscire da esperienze certificabili di vita vissuta. Come “infarinature” di attività non lontane dalla vita aziendale, vi sono tutti i piccoli lavori, come quelli di vendita diretta, di attività contabili o anche di segreteria, di pubbliche relazioni e, rara, di saper scrivere e parlare in “aziendalese”. Particolarmente importanti, ovviamente, le esperienze vere e proprie in termini di stages aziendali: attenzione però che, per essere considerato utile, deve trattarsi almeno di un periodo di uno-due mesi.
    Occorre essere un po’ sbruffoni, ma sinceri, perché bisogna saper valorizzare al massimo il “valore aggiunto”, la potenziale utilità per l’azienda delle esperienze avute, e non il titolo formale: così, un mese di vendita porta a porta od un esame che ci ha portato a studiare dal vivo alcuni casi aziendali possono senz’altro essere “venduti” meglio che aver passato qualche mese in università come pseudo-assistente. Se si ha qualche esperienza precedente di lavoro “vero”, occorre indicare analiticamente cosa si è fatto: o in termini di attività (“un anno nella Direzione Amministrativa della Società Bortolotti, in cui mi sono occupato di contabilità clienti, contabilità fornitori, recupero crediti e, marginalmente, di tesoreria”) o ancora meglio di risultati (“un anno come analista programmatore, in cui ho contribuito al progetto di riduzione degli stock del 40% attraverso l’informatizzazione dei magazzini periferici, e alla revisione del sistema informativo del personale”).
  4. HOBBIES E INFORMAZIONI “PERSONALI”
    Questa parte deve servire a dare un’ immagine di noi come persone “a più dimensioni”; è importante soprattutto se i tempi di laurea non sono stati rapidissimi, per dimostrare che il tempo non è stato perso, ma investito in qualcos’altro.

Quasi tutti affermano di amare i viaggi, di praticare qualche sport, di dedicarsi a profonde letture e di avere qualche hobby più o meno originale (il cinema è in testa alle preferenze). Come differenziarsi, dunque? In primo luogo, senza barare, riportando eventuali riconoscimenti, premi o traguardi raggiunti: un conto è affermare di amare la cucina o lo sci, un altro conto è segnalare di essere maestri di sci o sommelier patentati. Si dà l’idea che, quando si fa una cosa, la si fa con determinazione.

L’importante è comunque che questa parte integri il resto del CV, equilibrandolo e non esasperandone alcuni aspetti. Se si è laureati in filosofia, e si è fatta una tesi di estetica, puntando ad una azienda è più saggio indicare tra gli interessi l’informatica o le motociclette, piuttosto che la pittura. Viceversa, se si è dato un taglio esasperatamente “aziendale” al c.v., come se da piccoli non si fosse pensato che alla carriera, meglio indicare qualche interesse umanistico o sociale, come il volontariato. È ovvio che bisogna scegliere tra le proprie attività reali, non inventarle o esagerarle ad hoc: oltre a non essere etico, “aggiustare” il CV per dare un’ immagine falsata di se è estremamente pericoloso. Tutti i peccati sono veniali, in azienda, esclusa l’inaffidabilità.

Un’ultima avvertenza: se è vero che un CV “è forte come la più debole delle sue parti”, in quanto non serve essere eccellenti sul 90% dei requisiti, se manca del tutto un 10% indispensabile, è anche vero che noi dobbiamo presentarlo in modo da evidenziare i nostri punti forti, e recitare invece sottovoce quelli deboli.

Quindi, se le parti del CV sono indubbiamente le quattro citate, l’ordine non deve necessariamente essere quello: dobbiamo invece mettere per prima, fatta salva un minimo di coerenza del testo, la parte che ci può mettere in miglior luce, e per ultima quella che ci è sfavorevole. Ad esempio, se siamo un po’ “vecchiotti”, diciamo sopra i 27 anni, possiamo intestare il CV con nome, cognome e indirizzo, proseguire con istruzione ed esperienze, e in fondo rimettere i propri dati personali, completi anche della data di nascita. Otterremo in questo modo di passare, se il nostro CV è per il resto buono, la “ghigliottina” iniziale che alcuni adottano in base all’età (si noti che negli USA ogni discriminazione in base all’età, oltre che al sesso, razza, ecc., è vietata dalla legge, tanto che la data di nascita non viene indicata nei CV). Così, se il nostro voto di laurea è mediocre, è opportuno ingolosire prima il selezionatore con un ricco carnet di piccole esperienze extrauniversitarie, e poi “en passant” fargli scivolare il voto sotto il naso.
È il caso di indicare referenze? In generale no, è passato il tempo in cui il parroco o il notabile facevano da garanti per le assunzioni. Tuttavia, se conosciamo qualche personaggio importante che ha rapporti professionali con l’azienda in questione, o che è da questa stimato, può non essere inutile indicarlo: a parità di requisiti, o in caso di qualche dubbio marginale, forse potrà essere un punto d’appoggio. Del tutto inutile, anzi controproducente, indicare “potenti” di qualsiasi specie.

I DESTINATARI

FARSI LEGGERE: A CHI SPEDIRLO
Come detto, molti CV non vengono neppure aperti. Il nostro primo obiettivo, dunque, deve essere quello di essere almeno presi in considerazione. Vi sono alcuni semplici accorgimenti che aumenteranno le nostre “chances”:
Attenzione all’indirizzo
Molti c.v. non vengono letti, semplicemente, perché non ricevuti in quanto spediti all’indirizzo sbagliato. Infatti a volte si guarda l’indirizzo delle aziende alla sede locale della azienda che volete contattare, e chiedete chiarimenti.

Indirizzate, possibilmente, ad una persona, non ad una “entità”
Immaginate un selezionatore, o la sua segretaria, che guarda perplesso la montagna di buste arrivate con la posta, presumibilmente costituite in gran parte da CV. Alcune sono indirizzate semplicemente alla “Bortolotti & C. – Direzione del Personale”; altre, invece, a “dr.ssa Margherita Pizza, Responsabile Selezione e Sviluppo”, che è la precisa denominazione del responsabile in quella azienda. Se voi foste Margherita Pizza, o la sua segretaria, quali lettere aprireste per prime? E quali, se proprio non ce la fate, buttereste nel cestino?
Individuare il nome del vostro interlocutore non è importante solo per superare questa prima barriera, ma anche per stabilire un contatto più personalizzato ed efficace, come ben sanno coloro che vi inondano di pubblicità postale, proponendo “proprio a voi, signora Rosa Gianbattista!” pentolame di qualità e regali a non finire (peccato che poi, come in questo caso, confondano il nome col cognome: voi non fatelo). Il selezionatore che legge una lettera indirizzata a lui personalmente sarà inevitabilmente più attento: avrà tra l’altro sempre il dubbio che la persona in qualche modo lo conosca.
Anche individuare l’esatto titolo della posizione (in genere, responsabile della selezione) è utile: innanzitutto evita che finisca sui tavoli sbagliati (mandarla direttamente al Direttore del Personale è inutile, a meno che abbiate un curriculum davvero prestigioso o che l’azienda sia piccola), e inoltre dà una immagine di persona preparata e precisa.

Come procurarsi nome e titolo degli interessati?
Attraverso le numerose pubblicazioni che li riportano (articoli sulle pagine specializzate dei giornali, career books ecc.) o provando, semplicemente, a telefonare e a chiedere.
Alcuni addirittura spediscono per raccomandata, o appongono la dicitura “riservata personale” sulla busta: il primo accorgimento è abbastanza inutile e costoso, il secondo è efficace, perché la busta sarà aperta direttamente dall’interessato anziché dalla segretaria, e quindi guardata con più attenzione, ma è a doppio taglio perché, accortosi che si tratta di un semplice c.v., il selezionatore lo guarderà un po’ scocciato domandandosi “ecché ci sarà mai di riservato e personale?”.

Indirizzate sia al “personale” che alla “linea”
Come per le altre forme di contatto, cercate di aggirare il “collo di bottiglia” che crea l’intasamento di CV presso gli uffici selezione. Il modo più semplice è di mandare il vostro anche ai Direttori della funzione in cui vi piacerebbe lavorare: se riuscite a suscitare la loro curiosità, saranno loro stessi, se non a convocarvi direttamente, a trasmettere il CV al personale, con un bigliettino di accompagnamento tipo “mi sembra interessante, Margherita, perché non lo incontriamo?”. Queste segnalazioni sono tenute in gran conto dai selezionatori. I Direttori di Funzione ricevono meno CV del personale, e sono quindi meno drastici nel cestinare: è però indispensabile personalizzare la lettera di accompagnamento, nonché avere realmente buone credenziali nel campo in cui operano.

Dove possibile, non usate la posta
In tutte le aziende dove conoscete qualcuno, chiedete cortesemente a costui di portare o inviare con la posta interna il vostro CV. Elementari regole di cortesia fanno si che, anche se la persona non conosce il selezionatore o non ha gran peso in azienda, questi curricula siano comunque almeno valutati con attenzione. Non potete aspettarvi corsie preferenziali nella valutazione, ma probabilmente avrete la precedenza rispetto alla pila di CV giacenti in precaria attesa.

Speditelo al momento giusto
Non esiste di solito una rigida tempificazione delle assunzioni, da parte delle aziende. Tuttavia, il “grosso” delle ricerche parte nei primi mesi dell’anno, una volta ufficializzate le esigenze per l’anno in corso. Il periodo migliore per spedire i CV è dunque febbraio-marzo, anche se le ricerche proseguono poi per tutto l’anno, con un leggero calo a giugno-luglio, per non assumere a cavallo delle vacanze, ed una buona ripresa a settembre. Verso fine anno c’è spesso un secondo rallentamento, in quanto si preferisce rinviare a gennaio le assunzioni previste per novembre o dicembre. Nessuno scandalo quindi, ripeto, a ri-inviare il CV, magari con la scusa di un piccolo aggiornamento, un semestre dopo la prima spedizione.

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