I colloqui di lavoro

Una volta ottenuto il colloquio di lavoro, dovrete prepararvi a giocarvi la vostra opportunità nel giro di un’ora, o anche meno.

Le metodologie a disposizione per la selezione del personale sono varie e numerose; tuttavia quelle realmente valide e comunemente adottate dalle aziende sono poche e ormai abbastanza standardizzate: si tratta del colloquio individuale con esperti di selezione dell’azienda o con consulenti esterni cui è stata affidata la ricerca, di “dinamiche di gruppo“, cioè discussioni o simulazioni effettuate tra gruppi di candidati, sempre alla presenza di esperti, e infine di test logico-attitudinali scritti. Prescindiamo in questa sede dalle prove previste dai concorsi per titoli ed esami, necessari per accedere al pubblico impiego e usati anche da diversi istituti di credito.

Il colloquio è la regina delle prove di selezione, è il momento della verità in cui le persone sono a confronto integralmente, nelle loro competenze, nelle loro personalità e nello stile di relazione. È anche una prova imprevedibile nel suo svolgimento e nel suo esito: ognuno di noi osserva la realtà alla luce di schemi, opinioni e pregiudizi suoi propri, soprattutto su un tema così soggettivo come la valutazione delle persone.

Quindi, senza cessare di essere noi stessi, durante i colloqui di selezione dobbiamo tenere presente che ciò che crediamo di dire e manifestare, e ciò che sarà percepito dal nostro interlocutore non sono necessariamente la stessa cosa. Capita spesso che si esca da un colloquio convinti di aver dato l’impressione di essere socievoli ed estroversi, mentre la nostra Margherita Pizza avrà appuntato “sopra le righe, ingenuo e farfallone”, o di essere sembrati seri e misurati e invece essere stati catalogati come rigidi ed introversi (per fortuna, accade anche il contrario).

Vedremo ora il “decalogo” di un buon colloquio, anche se va precisato che un buon colloquio è quello in cui non si fa alcun autogol, e si riesce ad uscire al meglio come siamo realmente, come ci vedono i nostri amici e coloro che ci vogliono bene. Vedremo le domande tipiche poste ai candidati, ed i migliori consigli per concludere il colloquio.

Non è un buon colloquio quello in cui si riesce a “bluffare” nascondendo tratti importanti, ancorché inopportuni, del nostro background personale o professionale. Infatti, nel colloquio dovrebbe svilupparsi una “alleanza” tra selezionatore e selezionato, per capire se si è realmente tagliati per il lavoro offerto. Solo se si è certi di avere tutti i requisiti necessari, un minimo di “bluff” è consentito per ottimizzare le proprie chances di vittoria (è il concetto di “dolus bonus” accettato anche dalle leggi del commercio), ma guai a simulare capacità per un lavoro per cui siamo negati: molto meglio perdere un’occasione che fallirla. Oltretutto, le simulazioni o le vere e proprie bugie, se avete di fronte un professionista, hanno le gambe corte.

IL DECALOGO DEL BUON COLLOQUIO

C’è una premessa da fare: i consigli che seguono valgono in tutti i tipi di colloquio, ma il comportamento da tenere deve variare a seconda del “rapporto di forza” tra voi e i vostri concorrenti: nella ricerca di quella specifica opportunità, pensate di essere in pole-position, a metà classifica o molto indietro rispetto ai favoriti?

La tattica di gara, come in ogni competizione, è fondamentale: se, per curriculum ed esperienze, nonché per i segnali che vi vengono dall’azienda ritenete di essere tra i favoriti, l’importante è non sbagliare, non rischiare, recitare il proprio ruolo con sicurezza ma senza lasciarsi andare ad alcuna improvvisazione. Se invece vi accorgete di essere in svantaggio, perché ad esempio il vostro titolo di studio non è proprio quello desiderato, o perché cercano possibilmente una persona con un po’ di esperienza, o perché il vostro CV sembra oggettivamente debole, non potete limitarvi a fare bene il compitino durante la selezione: dovete inventare qualcosa, prendervi dei rischi maggiori pur di farvi notare e considerare. Tanto, non avete niente da perdere.

Quindi, le regole di bon ton che ora leggerete vanno interpretate: alcune situazioni che possono farvi “uscire dagli schemi”, sia sul piano della relazione con i selezionatori che dei contenuti, possono essere dei rischi o delle opportunità a seconda del vostro piazzamento parziale nella “hit parade” dei candidati.

I) FATE UNA BUONA “PRIMA IMPRESSIONE”

You never have a second chance to make a first impression“, dicono gli americani, ed è drammaticamente vero. La prima impressione che avrete creato nel vostro interlocutore vi resterà sempre appiccicata addosso: che si tratti di vostra moglie o marito, o del vostro capo, sicuramente chi vi sta vicino ricorderà le sensazioni che gli avrete suscitato nei primissimi momenti della vostra conoscenza, (e sarà sempre pronto a rinfacciarvi “L’avevo intuito subito, che eri un gran…“).

Vi sono alcuni accorgimenti ovvi, ma importanti, come il non arrivare in ritardo e non presentare ansimanti una mano sudaticcia per non creare un’ impressione sfavorevole, ma vi è in generale la prima “fase” del colloquio da preparare con cura.

Un colloquio ha infatti, abitualmente, quattro fasi:

  • il “warm up”, o riscaldamento,
  • l’ esame del candidato,
  • il “controesame” da parte del candidato,
  • la chiusura.

Il “warm up” può durare 2-3 minuti, contro i 20 dell’esame, i 10 del controesame ed i 4-5 della chiusura, ma questi due minuti possono influenzare enormemente il prosieguo. In circa un terzo dei colloqui, infatti, la brava Margherita avrà già “segato” mentalmente il candidato dopo i convenevoli: e solo in qualche raro caso farà poi marcia indietro a fronte di una più analitica valutazione.

Per fare un buon “warm up” dobbiamo farci vedere da subito tranquilli, curiosi e affidabili, ma dobbiamo anche cercare di stabilire una buona intesa personale con il selezionatore. Senza fare i ruffiani, un sorriso sincero, una battuta, una osservazione che sdrammatizza il colloquio sono sempre gradite: se il candidato è teso, anche il selezionatore non si rilassa, non si “gode” il colloquio. Bastano poche chiacchiere per dimostrare che siamo persone aperte e disponibili, e il vostro interlocutore ve ne renderà merito. I convenevoli devono essere brevi, però, perché altrimenti il selezionatore penserà che vogliamo tergiversare, o che siamo dei chiacchieroni.

II) PREPARATEVI SUI VOSTRI PUNTI DEBOLI

La seconda parte del colloquio è, non nascondiamolo, un esame vero e proprio. Le vostre competenze e la vostra personalità saranno scandagliate a fondo, in cerca di eventuali carenze. Poiché nessuno di noi è perfetto, qualcosa di spiacevole affiorerà, che noi ce ne accorgiamo o meno: il problema è come far si che il selezionatore non giudichi la nostra persona nel suo complesso alla luce dei punti deboli, ma arrivi a considerarli dei “nei” di secondaria importanza. Come fare?

La risposta è, apparentemente, semplice: giocando d’anticipo, riconoscendo le nostri eventuali lacune, inquadrandole nella loro vera luce, e dimostrando come siamo riusciti a compensarle. Guai a negare l’esistenza di punti deboli (“Io le sembro un po’ aggressivo? Ma lei si è bevuto il cervello!“) , e guai anche a cercare di rigirare la frittata (“Voti bassi all’università? Ma io mica studiavo per il voto!“). Vediamo qualche esempio di come trarsi d’impaccio:

Dice che sembro un po’ aggressivo, un po’ drastico nei giudizi? Si, può darsi che dia questa impressione: il fatto è che apprezzo molto la chiarezza. So che i compromessi spesso sono indispensabili, ma anch’essi, per essere efficaci, devono nascere (è una mia opinione, per carità) da un confronto duro, esplicito. Sono magari molto pignolo, analitico, dubbioso nella fase di studio dei problemi, ma una volta fattami un’ opinione e presa una decisione, mi piace andare fino in fondo. So che rischio di perdere delle sfumature, ma questo mi ha consentito, finora, di raggiungere tutti i traguardi che mi sono prefisso. Certo, ora sto per entrare in un mondo che non conosco, e dovrò imparare tutto: la mia spavalderia dovrò metterla nel cassetto per un bel po’.Del resto, se chiedesse di me a chi mi conosce, mi definirebbero forse impetuoso, ma aggressivo no, credo proprio di no“.

Si, il voto di laurea non è granché. Non cerco scuse: non ho nè lavorato per mantenermi agli studi, nè fatto alcunché di memorabile nel frattempo. Il fatto è, lo confesso, che i miei primi anni di università sono stati dedicati più al divertimento che allo . studio. C’è chi matura prima, e chi dopo, e io appartengo a questa seconda categoria. Mi sono “svegliato” negli ultimi due anni, quando finalmente ho cominciato a pensare al futuro e a comportarmi come una persona adulta: ho recuperato gli esami arretrati, ho cercato di migliorare la media e soprattutto di fare una buona tesi, e credo di esserci riuscito. Soprattutto ho capito di essere stato a un passo dal perdere il treno, per superficialità, ed è un rischio che non voglio più correre. In questi due anni ho avuto la conferma che se mi impegno ottengo risultati di valore, e voglio sfruttare in pieno le mie possibilità. Come consolazione, devo dire che nei primi anni, se ho certamente studiato poco, ho però avuto esperienze così diverse che mi hanno insegnato tante piccole cose che scopro non essere inutili.

No, non so il tedesco. Tre parole al massimo. Se per questo lavoro è indispensabile parlarlo bene da subito, io non sono la persona che fa per voi. Se invece all’inizio l’inglese può bastare, penso che sei mesi mi basteranno per imparare il minimo indispensabile: potrò ad esempio passare le vacanze in Germania in una scuola. So di non avere problemi a imparare le lingue, altrimenti io stessa non mi sbilancerei. Se sono riuscita ad amare il greco, al liceo, non sarà una lingua moderna a spaventarmi. Con l’inglese non ho avuto problemi, e con il francese me la cavo: datemi sei mesi e chiacchiereremo tranquillamente in tedesco.

Timido? Io, timido? Beh, di natura, è vero, sono un po’ timido. Da piccolo lo ero parecchio, ma poi, per amore o per forza, sono cambiato. Vede, io ho risieduto in tre città negli ultimi dodici anni. Ho dovuto cambiare tre volte le amicizie, ricostruire tutti i rapporti: ho dovuto per forza buttare a mare la timidezza, non sarei sopravvissuto. Inoltre, come avrà letto, a tempo perso mi sono occupato di volontariato, organizzando servizi, chiedendo finanziamenti, operando direttamente per il recupero dei tossicodipendenti. Non è un mondo in cui i timidi possano sopravvivere, glielo assicuro. Posso definirmi un ex-timido, che ha imparato a non tirarsi mai indietro quando bisogna farsi riconoscere ed anche rispettare. Sono contento di questo, anche se forse un “look” da timido non l’ho ancora perso del tutto“.

Insomma, per non farsi etichettare in base ai propri apparenti punti deboli, occorre:

  1. prevedere che ci venga richiesto di parlarne
  2. ammetterne serenamente la plausibilità
  3. inquadrarli in un’ottica più vasta
  4. dimostrare come, essendone consapevoli, abbiamo già noi stessi individuato gli antidoti ai potenziali rischi che questi handicap rappresentano.

III) INFORMATEVI SULL’AZIENDA

Quando la nostra Margherita Pizza si sarà fatta un’idea abbastanza precisa di ciò che siete, e di quali siano le vostre motivazioni, tirerà un bel sospiro stiracchiandosi sulla sedia e socchiudendo gli occhi. È il segnale che la fase “2” del colloquio, quella dell’esame, è finita, e la palla passerà a voi, con la rituale domanda “Bene. Ora, ha lei qualche domanda da fare?

Il modo più sicuro di rovinare un colloquio è dire, con uno stolido sorriso, “Ehm, no… non mi viene in mente niente“. Il selezionatore, mentalmente, vi spedirà immediatamente all’inferno, girone degli ignavi, o nel limbo dei senza personalità.

Vedremo più oltre alcune domande che potrete rivolgere, tanto per avere informazioni utili quanto per contribuire a costruire un’ immagine positiva di voi; fin d’ora sappiate che, quanto più disinformati sarete sull’azienda e sul business, tanto più anonima e scipita sarà la discussione, che vi relegherà nella veste passiva dell’ascoltatore o vi esporrà a brutte figure (per ogni uomo d’azienda, la sua azienda è l’ombelico del mondo, e si stupirà alquanto per la vostra ignoranza). Ricordate sempre che uno dei vostri obiettivi, nel colloquio, è di abbattere la distanza tra voi e il selezionatore, e di scrollarvi di dosso l’immagine di studente inesperto del mondo.

Migliore figura farete, ad esempio, se direte: “le riassumo le informazioni che posseggo sulla vostra azienda, e l’immagine che, superficialmente, me ne sono fatto: me le può per favore correggere e integrare?” E a questo punto dovete partire, senza farla troppo lunga, dal mercato e dal contesto competitivo di riferimento (concorrenti, regole del gioco, posizionamento), citare ciò che sapete delle dimensioni, struttura e prodotti dell’azienda, accennare ai cambiamenti che nel business stanno avvenendo, e (solo se avete qualche spunto significativo) accennare a come “vedete voi le cose” per l’azienda in questione.

Su questa base, il dialogo proseguirà “alla pari”, e il selezionatore avrà l’impressione di confrontarsi con una persona che sa quello che vuole, sa programmarsi, sa informarsi prima di parlare, e infine sembra già un po’ “di casa” in azienda. Informarsi sulla vita delle grandi aziende non è difficile, mentre per quelle medie dovrete rivolgervi alla stampa specializzata o alle associazioni di categoria (o, meglio, fare un “tam tam” per conoscere qualcuno che ci lavora). Sarà forse un po’ complicato, ma ne vale sicuramente la pena: in particolare per le aziende meno note, incontrare una persona informata sulla loro situazione fa sempre colpo.

IV) TRANQUILLI E SORRIDENTI

Non preoccupatevi se siete un po’ nervosi prima del colloquio: un buon selezionatore saprà mettervi a vostro agio e instaurare un clima disteso. E’ importante che voi contribuiate: un sorriso e un atteggiamento sereno dimostrano che sapete reggere bene lo stress; e inoltre, chi assumerebbe un musone come collega?

Attenzione però che la tensione è anche un indispensabile meccanismo di difesa, che consente di mobilitare e sfruttare al massimo tutte le proprie risorse. Chi si lascia andare, e passa a un atteggiamento troppo rilassato, dimostra scarsa “tenuta” e spesso finisce per commettere errori.

Essere disponibili e sereni non significa perdere il controllo costante della situazione.

V) NE’ INGENUI, NE’ ATTEGGIATI, NE’ ECCESSIVI

Essere sinceri e dare fiducia all’interlocutore non significa dimostrarsi ingenui: non state conversando nè confidandovi, ma state parlando con un obiettivo preciso e con una persona che vi giudicherà anche per il modo in cui perseguite questo obiettivo.

Quindi, senza distorcere i fatti, avete una buona occasione, parlando di voi stessi, di dimostrare come sapete cogliere e dominare la complessità del reale, e come sapete analizzare e interpretare i fatti con realismo e senso dell’opportunità. Chi sa vendere bene se stesso saprà vendere bene anche l’azienda in cui lavora. Soprattutto, però, evitate di atteggiarvi a ciò che non siete: chi posa da grande manager a 24 anni, chi vuole comunque recitare un ruolo più grande di sé, chi, in generale, con atteggiamenti supponenti o deduttivi mira a far colpo sul selezionatore, andrà incontro a una garbata presa in giro da parte di quest’ultimo e spesso non se ne accorgerà neppure.

È inoltre buona norma evitare di dare giudizi o fare affermazioni estremistiche, drastiche o troppo originali. Forse non è bello, ma le aziende amano più i toni sfumati che quelli troppo vividi, e apprezzano l’equilibrio più che la provocazione foss’anche geniale. Tenete sotto controllo, quindi, i superlativi, i punti esclamativi ed i pugni sul tavolo.

VI) PENSATE POSITIVO, CREATIVO E CONCRETO

Ma quali sono le caratteristiche più importanti che le aziende cercano nei futuri collaboratori? Che immagine di sé bisogna cercare di dare? Ovviamente ogni posizione da coprire, ogni azienda, e ogni selezionatore avranno le loro preferenze soggettive: ma c’è un requisito che è assolutamente universale: sul lavoro ci vuole gente che parli poco, e tiri la carretta.

Tutti i capi, nessuno escluso, vogliono innanzitutto al loro fianco persone concrete, propositive e attive, che pensino a come risolvere i problemi, e non a commentarli o a complicarli. Meglio una persona semplice ma affidabile, che un intellettuale pigro. Per cui, nel colloquio bisogna assolutamente evitare di sembrare lamentosi, teorici, passivi.

Mai dare la colpa dei propri eventuali insuccessi a qualcun altro; mai fare commenti fatalisti o manifestarsi egoisti, cavillosi, burocrati o scaricabarile: la generosità in azienda forse non sempre viene premiata, ma sempre viene richiesta. Meglio sembrare un po’ arruffoni, che di manica stretta: se volete entrare in azienda, sulla vostra fronte deve esserci scritto col sangue “io non mi tiro indietro”.

VII) PARLATE PER FAVORE

Guai se il colloquio diventa un interrogatorio, con un selezionatore progressivamente sempre più nervoso che fa domande, e un selezionato sempre più spaventato che risponde a monosillabi. Anche nella fase di “esame” il colloquio non ha un iter prestabilito: raccolte alcune informazioni indispensabili, al selezionatore interesserà soprattutto farvi parlare per capire come ragionate, come interagite, come polemizzate, che opinione avete di voi stessi e di ciò che vi circonda, quali aspirazioni avete e come volete raggiungerle.

Se non parlate, se rispondete come a un interrogatorio, se non prendete mai l’iniziativa del discorso, egli si farà di voi un’opinione mediocre o, peggio, nessuna opinione. Dunque, motivate e sviluppate le vostre risposte e chiarite voi stessi ciò che può apparire ambiguo, prima che vi sia richiesto. Parlare bene vuol dire anche non parlare troppo: la sintesi è una delle virtù più apprezzate in azienda, perché trasmettere il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile vuol dire avere metodo, rigore logico e capacità espressive.

VIII) ATTENTI AL LINGUAGGIO

I rischi di incomprensione, nel colloquio, possono derivare o da un atteggiamento innaturale del candidato, che proietta un’ immagine falsata e quindi incomprensibile di sé, o da una marcata distonia di linguaggi tra selezionatore e candidato.

Il primo, a volte, dimentica di avere a che fare con una persona che sa poco o nulla di “aziendalese”, mentre il secondo, a volte, dà un’ immagine di sé più immatura del necessario perché rimane legato a modi di esprimersi, a un gergo puramente accademico e magari, in aggiunta, provinciale e ingenuo.

Così, parlare di “ditta” quando si ha a che fare con una grossa azienda, o dilungarsi sugli esami sostenuti o sui professori, allontanano psicologicamente chi parla dal selezionatore che ascolta.

È importante andare ai colloqui avendo ormai digerito un vocabolario aziendale essenziale: non è necessario sapere con precisione che cosa sia la customer satisfaction, o la struttura a matrice, o gli stocks, il rischio di cambio, l’ engineering, le operations o il trade marketing, o molte altre cose ancora, ma dobbiamo essere in grado di capire più o meno di che cosa si tratta, quanto meno per ciò che attiene il nostro campo d’interesse: un ingegnere può ignorare di che si occupi la tesoreria, ma non che cosa sia l’handling, e viceversa per un laureato in economia. Altrimenti scivoleremo man mano in quel mutismo così pericoloso di cui abbiamo accennato; se siamo colti alla sprovvista da qualche termine a noi ignoto, piuttosto che annuire con aria ebete conviene chiedere, con un po’ di faccia tosta “ma, nella vostra specifica realtà, che cosa intendete esattamente con …?“.

IX) TENETE PRESENTE CHI AVETE DI FRONTE

Il selezionatore è interessato quanto voi al buon esito del colloquio: deve trovare qualcuno da assumere, e se quel qualcuno foste voi avrebbe terminato la sua fatica.

Non è quindi un asettico esaminatore ed è più un alleato che un nemico. Nulla quindi lo irrita più che un atteggiamento sospettoso o reticente da parte vostra: se coglie paura, ambiguità o presunta “furbizia” nel vostro atteggiamento con lui, tenderà a pensare – e non a torto – che queste siano le vostre caratteristiche in ogni tipo di rapporto interpersonale.

Se vi fa domande “cattive”, che mirano a mettervi in difficoltà, state tranquilli perché in linea di massima significa che il colloquio sta andando bene: i colloqui più duri e aggressivi il buon selezionatore li fa con persone che interessano, mentre quelli rapidi e cortesi servono a liquidare chi appare palesemente inadeguato.

X) LA COMUNICAZIONE NON VERBALE: I VESTITI, I GESTI, LA VOCE E LO SGUARDO

In un colloquio, non sono solo le parole che contano: tutto il nostro corpo comunica, e non solo quello. Il nostro interlocutore ci ascolta anche con la vista e con il tatto (speriamo non con l’odorato!).

I nostri gesti, i nostri sguardi, il tono della nostra voce confermano, integrano o smentiscono le nostre affermazioni. Il modo in cui siamo vestiti, in cui salutiamo, in cui stiamo seduti può contribuire in maniera determinante a formare il giudizio su di noi. La nostra comunicazione non verbale è molto meno controllabile di quella verbale, in quanto più istintiva; vediamo però alcuni semplici accorgimenti per non complicarci la vita:

Come vestirsi
Negli USA esiste addirittura un libro (“Dress for success”) che spiega qual’è il modo migliore di vestirsi per ogni incontro: quali calzini usare, quali cravatte ecc. Non esageriamo: però è indubitabile che la nostra immagine è data anche dal nostro abbigliamento. In fondo, noi “scegliamo” di vestirci così.

Per i colloqui, l’importante è dare, anche nel look, una sensazione di affidabilità e serietà: la fantasia o originalità sono in questo caso degli “optional” a rischio. Non bisogna vestire casual, perché si darebbe un’ impressione di immaturità, ed è bene evitare accessori, trucco o colori troppo vistosi; non è opportuno però neanche “invecchiarsi” troppo, indossando per l’occasione improbabili vestiti da cinquantenni rimediati chissà dove.

Alle ragazze è concessa ovviamente più libertà, ed è generalmente apprezzata una certa eleganza, mentre i maschi sono più vincolati al “giacca e cravatta”, ed è bene che non abbiano un’aria troppo “perfettina” (che rende antipatici), salvo che il colloquio avvenga in realtà che danno all’apparenza molta importanza (società di consulenza, mondo della comunicazione, banche d’affari, ecc.).

Oltre a ciò che indossate, badate a come lo indossate: niente vestiti troppo larghi e cascanti, niente colletti di cravatta allentati, niente forfora sul bavero, niente lenti degli occhiali sporche: è un’appuntamento importante, chi ci arriva trasandato sarà giudicato (non a torto) superficiale, disordinato o poco furbo;

Come parla il corpo
La comunicazione interpersonale è un fenomeno tremendamente complesso, e non è facile migliorare la propria efficacia di comunicatori in quattro e quattr’otto. Ma tenete presente che ci sono alcuni atteggiamenti chiave che tutti i selezionatori noteranno.

La tensione potrà trasparire da un tono di voce affannato o precipitoso, o dal movimento nervoso o contratto delle mani, o da una posizione rigida sulla sedia: controllate questi fenomeni, e se vi accorgete che state mandando segnali di tensione respirate profondamente e rilassatevi, anche a costo di distrarvi per un momento.

Atteggiamenti di “difesa”, cioè di chiusura, di rigidità e scontrosità possono venire dal tenere le braccia conserte, la faccia contratta, lo sguardo corrugato: l’affermazione che “non avete problemi nei rapporti con la gente” sarebbe smentita mentre la pronunciate.

Gesticolare troppo dà un’idea di scarso autocontrollo, ma un po’ di “movimento” fisico non tamburellante è opportuno, dimostra spontaneità e scioltezza. Lo sguardo deve essere rivolto agli occhi del selezionatore, ma non in modo ossessivo e penetrante, altrimenti la nostra Margherita chiamerà la polizia o l’autoambulanza.

La stretta di mano, sarà banale, ma è importante: ho notato che circa un quinto delle mani che si stringono assomigliano tuttora a wurstel troppo cotti, e vi assicuro che non è piacevole. Il problema non è la mano sudata o calda – può capitare anche ai migliori – ma, che si senta nella stretta un minimo di energia vitale, non un fremitino agonizzante! Così anche con la voce, è meglio essere qualche decibel sopra il vostro tono normale che qualche decibel sotto: almeno sarete sicuri di essere ascoltati.

Variare un po’ il tono della voce, essere “caldi” e non metallici è importante per rendere gradevole ciò che dite, anche se non è facile da improvvisare. Ma se riuscirete ad essere voi stessi, a non farvi mettere in soggezione, tutte queste cose si avvereranno senza sforzo.

Per concludere, un piccolo trucco per entrare meglio in sintonia con Margherita (ce lo insegna una giovane scienza che si chiama programmazione neurolinguistica): provate a giocare allo specchio con lei, cioè a ripetere tutti i suoi movimenti. Se si avvicina col busto a noi, fate lo stesso, e idem se abbassa il tono di voce o se aggrotta le sopracciglia incrociando le braccia, e così via. Dovrebbe creare inconsciamente un clima di maggiore intesa, e pare che funzioni.

LE DOMANDE “CLASSICHE”

Ma cosa vogliono sapere, in definitiva, le aziende, attraverso il colloquio? Poche semplici cose:

  1. se avete le conoscenze tecniche e le capacità di base necessarie per ricoprire quel tipo di posizione (in buona misura, sapete che immagine dovete fornire);
  2. se combaciate con le caratteristiche peculiari di “quella specifica” posizione: localizzazione, personalità del capo e dei colleghi, sviluppi e problemi prevedibili (qui giocate in parte al buio, perché difficilmente Margherita vi dirà se all’ipotetico capo piacciono persone brillanti e un po’ casiniste, o affidabili e tranquille, o se è prevista una permanenza in quella posizione per 1-2 anni piuttosto che per 3-4);
  3. quali sono le vostre motivazioni e aspettative (l’importante è non essere così rigidi e selettivi da precludersi il 90% delle alternative. Tenete anche presente che a volte non si è scartati perché ritenuti inadeguati, ma anzi perché “troppo bravi”: se voi esagerate nel “vendere” le vostre qualità ed ambizioni, per molte posizioni può sorgere il dubbio che non saranno abbastanza stimolanti per voi, e invece di vedervi offerto un lavoro discreto non vi verrà offerto nulla);
  4. le vostre capacità interpersonali (che sono sotto osservazione durante tutto il colloquio).

Tutte le domande che vi saranno poste mireranno ad acquisire informazioni su questi punti; perciò, se vi viene rivolta una domanda apparentemente strana, prima di rispondere chiedetevi che cosa probabilmente vuole scoprire. Se vi chiederanno “Datemi una definizione di “fantasia”, quello che interessa non è evidentemente la vostra conoscenza del vocabolario, ma la capacità creativa e di improvvisazione.

Per scoprire quanto sopra, ogni selezionatore ha il suo stile: vi sono però delle domande “classiche” che probabilmente vi sentirete ripetere fino alla nausea in quasi tutti i colloqui. Tra le più frequenti segnalo:

Mi dica quali sono i suoi punti di forza
La risposta più efficace è, in questo caso, quella che sottolinea i punti di forza più attinenti con la ricerca in corso. Non bisogna quindi gigioneggiare su ciò che di noi piace a noi stessi, ma individuare quelle caratteristiche positive (possibilmente dimostrabili, perché facilmente ci saranno chiesti esempi e dati di fatto) che, intuitivamente, dovrebbero combaciare col profilo ideale del candidato.

E i punti di debolezza?
La cosa peggiore è cercare di svicolare dalla domanda con risposte “furbette” tese a dimostrare che, sostanzialmente, non ne abbiamo. Queste risposte dimostrano invece che o non sappiamo fare i conti con noi stessi, o ci illudiamo di fare fesso il prossimo. Qualche difetto, in pasto al selezionatore, glielo dobbiamo dare. Nel nostro vasto campionario, scegliamone uno simpatico, ma soprattutto scegliamone uno che il selezionatore avrebbe comunque notato, perché traspare palesemente dal curriculum o dal nostro modo di fare. È molto corretto, ma non troppo intelligente, spingere la sincerità fino a dire “Sa, oggi sembro pimpante e sicuro: ma dipende dal tempo. Quando fa caldo, mi affloscio come una gelatina!“.

Vedo che non ha alcuna esperienza di lavoro, in questo settore
È il tipo di domanda che fa andare abitualmente fuori dai gangheri il neolaureato. “No! Non ho esperienza, e non vedo come potrò mai averla, se nessuno mi fa cominciare!” Questo è quello che viene voglia di urlare sul muso di quello scaldapanche dall’altra parte della scrivania. Ma in realtà il selezionatore, se non si è distratto, sa benissimo che non avete esperienza, e non gliene importa granché, altrimenti non vi avrebbe convocato. Pone questa domanda solo per vedere se voi riuscite a intuire i requisiti per fare bene quel tipo di lavoro, e a dargli alcune garanzie che, in nuce, li possedete. La risposta “corretta” quindi è: “no, ovviamente non ho esperienza nel trade marketing. Però mi par di capire che le cose importanti per riuscire bene siano una buona capacità di analisi, una passione per i supporti informatici, e nel contempo fantasia e innovazione continua. È un cocktail stimolante, nel quale mi riconosco abbastanza. Tra l’altro, ho già lavorato parecchio con il p.c. in Università, e devo dire che mi trovo a mio agio“.

Dove si vede tra cinque (o dieci) anni?
Domanda anche questa stupida, ma nondimeno frequente, perché il neolaureato manco sa dove sarà tra cinque mesi, e di solito risponde in modo vago tipo “Ehm, spero di avere imparato molto…vorrei aver fatto un po’ di carriera, però badi non sono esageratamente ambizioso… …ehm.” Qualche sfrontatello risponde “Ma seduto sulla poltrona del vostro Amministratore Delegato, ovviamente“, firmando in nove casi su dieci la propria condanna a morte, e nel restante riuscendo ad evitarla in extremis con un’ immediata bella risata. In realtà, per rispondere a questa domanda “segnando un punto”, dovremmo capire che cosa la nostra amica Margherita (o il manager che incontriamo al secondo colloquio, perché questa è una tipica domanda da manager senza fantasia) si vuol sentir rispondere. Vuole forse avere una conferma sulla nostra fedeltà aziendale, sul fatto che non cambieremo società alla prima occasione? Vuole forse essere sicura che abbiamo una precisa vocazione per quella professione, e non chiederemo di cambiare funzione per un certo tempo? Vuole capire se siamo troppo, o troppo poco, ambiziosi? Se siamo disposti a viaggiare, anche all’estero? Siccome è un po’ difficile intuirlo, non si sbaglia affidandosi ad una risposta vaga e dall’aria saggia (“Non so dove vorrei essere, certamente vorrei aver fatto della strada e aver affrontato alcune serie sfide professionali. Credo che solo i miei successi e insuccessi potranno fornire gli elementi giusti per indirizzare la mia carriera“).

Perché sceglierebbe proprio la nostra azienda?
Qui dovete far valere i dati raccolti sull’ azienda in questione, secondo quanto consigliato più sopra.

Vi definireste più una persona di pensiero o di azione?
Domanda trabocchetto, che a volte si fa quando si teme di avere a che fare con un bruto tutto muscoli, o con una ameba tutta cervello e occhiali. Guai a cadere nella trappola, e farvi etichettare: anzi, siccome voi sapete bene di essere più l’una dell’altra cosa, affrettatevi elegantemente a bilanciare questa immagine “Proprio perché sinora sono stato immerso nella teoria, confesso che desidero, nei prossimi anni, fare cose magari più banali ma più concrete, visibili, operative. Ho un buon bagaglio intellettuale, ma adesso voglio cimentarmi con i problemi concreti!“.

Quando intende fare un figlio?
In realtà Margherita non vi farà mai questa domanda, non solo perché è donna, ma anche perché è vietata dalla legge. Ma se siete una giovane donna sposata, solo il più ipocrita dei selezionatori potrà negare che la domanda, lui, se la farà, e così il vostro ipotetico capo. Le giovani laureate sposate, dunque, affrontino esse stesse il problema con molta serenità: l’azienda vuole di fatto solo essere tranquillizzata che la gravidanza non arriverà (salvo imprevisti!) al di fuori di un minimo di programmazione di carriera. Oggi la maggior parte delle laureate “in carriera” ha figli dopo i 31-32 anni, e questo consente sia all’ interessata che all’azienda un sicuro “ritorno dell’investimento” effettuato con l’assunzione.

Ma abbiamo detto che c’è una fase del colloquio in cui il selezionatore si aspetta che siamo noi a fare domande. Ecco qualche esempio di domande utili od opportune:

Mi può illustrare più a fondo i contenuti del lavoro?
Molto probabilmente, all’inizio del colloquio, il selezionatore vi avrà accennato al tipo di posizione per cui sta effettuando la ricerca, senza però scendere in molti particolari; magari vi avrà anche chiesto “è chiaro?” e voi avrete bovinamente annuito, perché ancora “freddo”, anche se non avrete capito granché. È invece fondamentale capire nei dettagli qual’è la posizione offerta, non solo per far vedere che non siete così bovini come era sembrato, ma anche per impostare bene l’eventuale secondo colloquio, che avverrebbe col responsabile della funzione in oggetto, e infine, ovviamente, per avere tutti gli elementi per poter prendere una decisione nel caso vi arrivasse finalmente l’offerta.

 “Che tipo di persona cerca la vostra azienda, quali sono i suoi valori?
Questo è un semplice modo per poter eventualmente correggere alcune sfumature della vostra immagine, in funzione dei requisiti chiave che vi saranno esposti (e che di solito sono precisi e sinceri: “Il valore fondamentale per noi è la collaboratività, il rispetto per gli altri”, “Questa è una azienda di sgobboni, di gente che non si tira mai indietro, e che fa della propria competenza tecnica un punto d’orgoglio”, “Vogliamo persone giovani, combattive, dinamiche, ambiziose” e così via).

 “Mi tolga una curiosità: a lei cosa piace di più, dell’azienda in cui lavora?
Questo è un modo un po’ più ruffiano di fare la domanda precedente: consente di avere informazioni importanti sulla cultura aziendale, e in più personalizza, riscalda il rapporto tra candidato e selezionatore, che per qualche minuto parleranno come se fossero vecchi amici.

Quali sono le sfide più difficili che dovrà affrontare la vostra azienda nei prossimi anni?
Anche questa domanda scalda l’atmosfera, anche se in modo meno personale; vi consente inoltre di acquisire importanti informazioni per gestire al meglio l’eventuale secondo colloquio con il manager di linea.

TIPI DI COLLOQUI

Il selezionatore
Vi sono due tipi di selezionatori: il giovane rampante (come ci siamo immaginati la simpatica Margherita), e il vecchio marpione, che magari è lo stesso direttore del personale. Dipende dalla grandezza dell’azienda, o anche dal caso. Il comportamento da tenere con i due, è diverso. Il giovane selezionatore, di solito, è infatti un entusiasta, innamorato dell’azienda, curioso e ottimista. Gli piacerete, essendo quasi suoi coetanei, se vi vedrà simili a lui. Infatti, non avendo grande esperienza, il suo metro di paragone è principalmente se stesso: se riuscirete a farvi credere un suo gemello, nel modo di fare e di pensare, sarete in pole position.
Il vecchio marpione, invece, è spesso cinico e beffardo: ha sciacquato il suo entusiasmo nei gorghi di mille delusioni. Non si diverte più molto a selezionare, vuol fare poca fatica e andare sul sicuro; ama sentenziare, e detesta essere contraddetto. Ovviamente ha anche molto fiuto, e difficilmente sbaglia le prime impressioni. Bisognerà dargli importanza, senza essere passivi, mostrare un bel caratterino condito da un forte buon senso e rispetto delle istituzioni. Mentre il giovane cerca soprattutto 1’aziendalista convinto, il vecchio volpone, più saggiamente, cerca la solida personalità.

Il manager di linea
Lo si incontra in genere al secondo colloquio, ed è quasi sempre il futuro capo dell’assumendo. Non capisce abitualmente nulla di selezione, decide in base a impressioni superficiali o a pregiudizi, ma per fortuna spesso è molto influenzabile dal selezionatore. Durante il colloquio vuole, in sostanza, verificare alcuni requisiti chiave, senza i quali siete perduto: che siate passabilmente simpatico e comunque non un piantagrane, che conosciate almeno l’ABC di quello che dite di conoscere perfettamente, che siate uno sgobbone magari anche intelligente, e che il vostro interesse a quel tipo di lavoro sia motivato e duraturo. In una parola, che siate un tipo quadrato o, il che è lo stesso, rotondo.

Il tecnico
Può essere una variante di II), o un colloquio ulteriore per verificare le vostre attitudini in un determinato settore. Se siete preparati, il colloquio col tecnico sarà il più semplice, ma con un rischio: ogni tecnico infatti ha le sue manie, fissazioni, pregiudizi su questo o quel tema, ed è disposto a stroncare la nascente carriera di chi milita su convinzioni opposte. Guardatevi dunque dall’esprimere lapidari giudizi su temi controversi, prima di avere sondato, o intuito dalle spesso ingenue domande, qual’è la sua opinione in oggetto.

L’impreparato
Può essere sia I) che II) che III): non stupitevi se, quando entrate per il colloquio, il vostro interlocutore ha perso il vostro curriculum e non ha la più pallida idea di chi voi siate. All’ultimo colloquio del mio primo lavoro, il Direttore del Personale di una grande multinazionale mi invitò cortesemente a sedere, mi offrì un caffè, e dopo qualche secondo di imbarazzato silenzio mi disse “Mi perdoni, ma vorrebbe gentilmente ricordarmi chi lei è, e qual’è lo scopo di questo nostro incontro?” Portate quindi sempre con voi una copia del vostro c.v., e preparatevi a tramutare in opportunità questo temporaneo “black out” del vostro interlocutore.

Il colloquio a cena
I più sfortunati di voi dovranno anche effettuare un colloquio (non sicuramente il primo) al ristorante. È questo un sistema molto in voga per le assunzioni di dirigenti, ma sadicamente usato da alcuni (per comodità d’orario o per golosità) anche per giovani implumi. Se vi capita, non sarà un’esperienza rilassante, ma se non vi complicherete la vita da soli ne uscirete indenni. Sarete costretti a fare convenevoli molto più articolati che in un normale colloquio, e dovrete stare attenti a non lasciarvi troppo andare, nel cibo come nelle chiacchiere, nè, cosa più probabile, a dare un’immagine troppo spartana e nervosa, immaginando due occhi indagatori che guatano come roteate la forchetta. Scegliete un menù leggero ma non anemico, e soprattutto che non richieda acrobazie per essere mangiato; se è a mezzogiorno non bevete vino, e se vi riesce cercate di essere molto sorridenti e amichevoli. La tavola infatti smussa le barriere gerarchiche, e se si può è bene approfittarne.

CHIUDERE ALLA GRANDE

La fase di chiusura dei colloqui è altrettanto importante di quella di apertura. Vediamo quindi alcune osservazioni finali per gestirla al meglio.
Trattamento economico ed esigenze personali
Può darsi che durante il colloquio il vostro interlocutore vi parli del trattamento economico previsto, e vi chieda se avete vincoli o esigenze particolari (tempi di accettazione, sede di lavoro, ecc.); ma può anche darsi di no. In questo caso, aspettate a chiedere, e a far valere le vostre esigenze, fino a quando avrete avuto una formale proposta di assunzione. Sarà questo il momento per porre eventuali ragionevoli istanze (“il corso di lingue cui mi sono iscritto me lo potrebbe pagare, almeno in parte, l’azienda?“, “I mesi di lavoro che ho fatto presso l’azienda Pincozzi mi saranno considerati come anzianità?“, “Dovendo trasferirmi, è prevista qualche agevolazione?” ecc.). Ovviamente se alcune esigenze hanno una scadenza tassativa (“avrei bisogno di una risposta entro il 15 settembre, ultima data per acettare la proposta alternativa pervenutami, o per iscrivermi al master tal dei tali“), dovete farli presenti da subito, e cercare di governare voi i tempi dell’assunzione. Se l’accettazione della proposta dell’azienda comporta per voi significative rinunce ad alternative, richiedete una lettera di impegnativa: può capitare che assicurazioni verbali, per imprevisti successivi, non si tramutino in regolari assunzioni.

“Thank you note”
È una prassi molto comune in USA, e molto rara in Italia e quindi potenzialmente utile per differenziarsi. È un normale bigliettino di ringraziamento, in cui si ringrazia per l’attenzione concessaci col colloquio, lo si ricorda come un’esperienza gradevole e istruttiva, si ribadisce l’interesse per la posizione aperta, e si esprime speranza… Può anche darsi che ad alcuni dia fastidio, sembri un po’ ruffiano: ma se sarà stato scritto bene otterrà quanto meno l’effetto di farvi ricordare prima che le decisioni siano prese. È utile inviare anche delle “thank you notes” alle aziende che ci piacciono molto e ci hanno risposto negativamente: se veramente la risposta negativa è dovuta solo alla momentanea mancanza di opportunità, avremo ravvivato un legame che altrimenti sarebbe stato sepolto in archivio. E anche a distanza di anni, capita che ci si ricordi di chi ha saputo dire la parola giusta al momento giusto: a giocare con la vanità dei selezionatori, si vince quasi sempre. Al posto della “thank you note”, può funzionare anche la telefonata: ma “verba volant, scripta manent”.

Note conclusive

Occhio alle segretarie

Trattate bene le segretarie degli uffici in cui andate: non solo perché sono degnissimi esseri umani, ma anche perché hanno spesso un potere d’influenza insospettabile. Cercate, con garbo e simpatia, di farvi notare e ricordare, e di dare anche prima e dopo il colloquio l’immagine cui puntate. Le segretarie (non tutte) sono sagge e ottime psicologhe: una loro parola, se sarete ad esempio stati sgarbati, ed anche il miglior colloquio è compromesso. Saranno loro che filtreranno le vostre telefonate e gli eventuali futuri incontri con l’azienda: molto meglio averle per alleate (“Ha telefonato a quel simpatico ragazzo alto che era venuto qui la settimana scorsa ? Badi che è già la seconda volta che glielo dico: io e Titti facciamo il tifo per lui. E soprattutto guai a lei, capo, se sceglie quel buzzurro tracagnotto di ieri!”).

I rimborsi spese

Particolare prosaico, ma non irrilevante. A scanso di antipatici qui pro quo, se dovete fare viaggi non brevi per andare al colloquio, informatevi (con le segretarie, appunto) sul se, come e quanto viene rimborsato. Alcune aziende prepagano i viaggi, se necessario, e pagano aereo e albergo se si viene da lontano; altre si limitano al treno, altre ancora fanno finta di niente. Litigare sui quattrini la prima volta che si mette piede in azienda non è proprio il miglior modo di cominciare.

I vostri Commenti (Leggi)




4 commenti presenti:

  1. Achille

    Molto utile e ben fatta…cosa risponderesti perche dovremmo scegliere te?…alcuni consigli sul come presentare noi stessi

    20 novembre 2012, 17:39
  2. Vanessa

    Davvero un’ottima guida, spero di trovarne un riscontro domani! Grazie!

    4 novembre 2012, 23:01
  3. Matteo Cappelli aka roghan

    Una delle migliori guide che ho letto sul web! Complimenti all’autore!

    Saluti

    24 luglio 2012, 13:08
  4. Sergio

    Grazie per i consigli, tutti molto utili tranne quello secondo me sulla programmazione neuro linguistica, che non ha finora trovato nessun fondamento.

    22 marzo 2012, 22:19

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